III- In una lettera a Francesco Vettori (10 dicembre 1513), Niccolò Machiavelli ha scritto parole celebri e partecipi sul rapporto che lega gli esseri pensanti ai Libri:
“Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; e in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandargli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia; sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte; tutto mi trasferisco in loro”.

Anche Julio Cortàzar ha espresso la stessa tesi: che la Lettura provochi una “sospensione” del Tempo. È un’esperienza che facciamo tutti: inabissandoci in un Libro rapinoso, il Tempo viene abolito, e, quando ci “risvegliamo” sulla pagina, le ore trascorse ci sembrano un’invenzione, un trucco dell’orologio. Se ne potrebbe arguire che, se per alcuni momenti, accettiamo l’idea che il tempo sia scomparso, un “Tempo”, che non riesce ad esistere sempre, potrebbe anche non esistere per nulla. Il Tempo è talmente onnivoro che deve essere per definizione onnipresente. Ma un’obbiezione, distruttiva, è in agguato: non il Tempo, ma noi, non c’eravamo in quel momento – mentre leggevamo avidamente il nostro Libro. Come nel sonno, come nella morte. Nessuno, morendo, confuta il Tempo. Confuta solo se stesso.

IV- “Tutto ciò che ambisce a durare nel tempo, deve diventare Libro”. Davvero memorabile, questa massima di Alberto Savinio.
“Libro”, e direi: Racconto.
È forse questa la ricetta dell’immortalità? Presumibilmente, anche gli uomini e le donne che vogliono durare, e vivere al di là del tempo loro concesso, non cercano un’eternità qualsiasi, ma un’eternità da “libro”. È difficile immaginare un immortale che non sia, non voglia essere, anche un “testimone”: cioè infine, un “uomo-libro”, un resoconto vivente del suo Tempo, un tempo senza fine.
Accetteremmo l’eternità se questa comportasse la perdita della memoria e la possibilità di registrarla, scriverne, o essere trascritta? In che differirebbe allora questa condizione tanto ambita da quella del reincarnato, colma d’istupidito oblio e penuria d’esperienza?
Gli Eterni aspirano istintivamente alla consultazione, debbono andare in giro con la loro rilegatura in bella mostra; altrimenti, che senso avrebbe la loro fatica di sopravvivere? Un’eterna vecchiaia da Sibilla del Satyricon, questa non va augurata a nessuno, certo, ma neanche una giovinezza eterna, e maledetta, che si ritragga dall’altrui incontro, dall’altrui lettura.

V- Nel suo “buen retiro”, la torre di Juan Abad, il poeta Francisco de Quevedo dedicò ai suoi libri preferiti, i classici, versi come questi:
“…Vivo en conversacion con los defuntos,
I escucho con mis ojos a los muertos…”
“… vivo in conversazione coi defunti,
e vo ascoltando coi miei occhi i morti…”
In effetti, la Lettura mette in misteriosa connessione l’occhio e l’orecchio. Grazie ai libri, noi vediamo parlare i grandi spiriti. La loro voce annerisce le pagine candide del libro.
Nel gioco delle somiglianze, non deve però sfuggirci neppure quella dello Specchio al Libro. Gutenberg, prima di inventare la Stampa a caratteri mobili, produceva specchi e aveva insegnato ai propri soci un nuovo metodo per fabbricarli. E, un tempo, era costume inserire uno specchio, nella rilegatura dei libri di preghiere.
Nel Libro, è la nostra Mente, che si specchia.
Noi, forse, ci affacciamo sulle pagine d’un Libro per sognare chi siamo, esattamente come se guardassimo dentro uno specchio magico – uno specchio che ci rimanda, di riflesso, di noi un’immagine migliore, meno narcisa e solitaria.
Il lavoro del Libro su di noi è pari, in certo senso, a quello di Iddio secondo il vescovo Berkeley: mentre leggiamo, in solitudine, il testo scritto ci osserva, e ci salva dall’annullamento.
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