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Il Doppiaggio dell'Audiovisivo e la "Danza del Senso": il nuovo libro di Murri e Galassi

INTRODUZIONE:
La “Danza del Senso” è un libro sul Cinema? Non solo, anche se qui c’è tutta la storia dell’audiovisivo dai primordi fotografici fino all’intelligenza artificiale, e insieme, una rarissima e documentatissima storia mondiale del Doppiaggio, non come storia parallela al Cinema, ma come storia “dentro” il Cinema. Piuttosto è un libro sul “senso”, come dice il suo titolo programmatico: il senso del Cinema, il senso di ciò che comunichiamo ma anche, in modo più riposto, il senso di ciò che agiamo nel mondo.

Se me lo concedono gli autori farei quindi aprendo questo incontro un piccolo gioco sulla copertina del loro libro: qual è il senso di questa immagine? perché resta misteriosa al primo sguardo? cos’è questo rampare d’uncini? il senso è anche la direzione di una cosa. “Strada a senso unico”, o “senso di marcia, per esempio. Se ruotiamo la copertina in “senso orario”, se cambiamo la sua direzione nell’incrocio dei nostri sguardi, ne vediamo il senso: non è un segno grafico, è una foto, la foto di una gradinata, scattata da Gianni Galassi. Il senso dell’immagine ci è arrivato due volte: subito, come impatto a graffiarci, e dopo, a placarci, come figura che riconosciamo appartenere al nostro mondo più ordinario. Questa piccola parabola vuole indicare che il “senso”, come ci ribadiscono gli autori del libro, non è qualcosa di dato, di fisso, o di oggettivo, e neanche di autoreferenziale, ma qualcosa che vive di complicazioni, interrelazioni, intrecci. Può, ugualmente, essere sotto gli occhi di tutti, ma nascosto e sfuggente. Come “La lettera deviata” di Dupin e Edgar Allan Poe.

Poco prima di lasciarci, nel 1985,Italo Calvino scrisse cinque “lezioni americane”, un memo per il prossimo millennio, che è, adesso, il nostro. Era un’epoca, quella in cui scriveva, nella quale esistevano ancora i telefoni a gettone per le interurbane, e ogni fax inviato, somigliava a un dagherrotipo. Eppure grazie alla sua genialità e profondità di artista, riuscì a intuire che le cinque parole chiave che ci avrebbero accompagnato nel 2000 sarebbero state queste:
Leggerezza
Rapidità
Esattezza
Visibilità
Molteplicità.

Profetico. In queste categorie si rispecchiano totalmente i nostri tempi contemporanei, nei quali l’audiovisuale ha ottenuto il suo trionfo: tempi di AI, virtuali, social, videogiochisti.

Oggi i progressi della tecnologia ci pongono di fronte a orizzonti impensabili anche solo 40 anni fa – e scandagliarli non riguarda più solo un problema “estetico”, limitabile alla “riproducibilità” dell’opera filmica o musicale. Dobbiamo fare i conti con l’esplosione planetaria dell’immediata “comunicabilità” dell’audiovisivo. La messa a disposizione per il pubblico più vasto possibile su canali immediati e in tempo reale per una platea ingorda di novità. Un pubblico che vuole bruciare i tempi e che non vuole dedicare neppure troppa attenzione a ciò che gli viene proposto o propinato. Tutti possono fare il proprio film ma pochi sono interessati a farlo seguendo le regole canoniche: la grammatica dell’audiovisivo è diventata “altra”. YouTube ha dettato nuove regole: chiunque può sostituirsi a un’emittente televisiva.

In questo quadro che riferisco a grandi linee, banalizzando, studiare l’audiovisivo con profondità teorica non può che comportare la sua analisi come fenomeno “comunicativo”: ecco allora che giunge più che opportuno il richiamo di Serafino Murri e Gianni Galassi che già nel prologo del loro libro ci ricordano come al principio di tutto c’è la “comunicazione”: essere nel mondo vuol dire comunicare: e non ci si può sottrarre, perché “non si può non comunicare”.

Ma che significa comunicare? Il libro di Murri e Galassi scavando nella genesi del prodotto audiovisivo, ci ricorda che “comunicare è interpretare” e questa definizione viene evocata in tutta la sua forza, che è anche dovuta all’ambiguità dell’espressione “interpretare”: nel gioco della comunicazione, che non è solo verbale, non è solo “linguistico”, giocano un ruolo decisivo  tutti i codici espressivi: i correlati corporei i gesti, la mimica del volto; il “senso” di ciò che comunichiamo non è mai dato solo dalla parola: l’espressione, la postura, il tono, la vocalità, la gestualità valgono altrettanto se non di più. 

Questa totalità della comunicazione, ci dicono gli autori, è riproducibile e quindi di fatto analizzabile “in primis” nell’audiovisivo. L’audiovisivo fissa in qualche modo tutti gli agenti/attanti/ attori della comunicazione nello sforzo comunicativo di “farsi comprendere” e in questo modo li rende interpreti due volte: finché nel doppiaggio o “traduzione performativa” di un’opera audiovisuale“ gli interpreti primari, o “attanti”, diventano a loro volta “interpreti da interpretare” da parte di un “interprete secondario”: il doppiatore, la doppiatrice.

Il processo dell’interpretazione, dicono Murri e Galassi, è un “filtro cognitivo, emotivo e corporeo, attraverso il quale gli individui attribuiscono un senso alle parole, proprie o altrui”. Però, l’intreccio che tiene reciprocamente avvinti gli agenti (attori o attanti)della comunicazione non è un nodo o un laccio costrittore, ma un disegno comune: l’invito a una “danza”, dicono, a una coreografia.

In questo quadro si capisce subito il motivo per il quale “La Danza del Senso” è un libro ambizioso, ambiziosissimo, e importante. È un tentativo unico di parlare del linguaggio in generale e della performance scenico-attoriale da un punto di vista e di osservazione privilegiato: là dove il senso si forma o meglio forse si riforma nella sua completezza a partire dal corpo vivo dell’opera audiovisiva: “il senso del senso”.

Punto di osservazione e di analisi insostituibile quasi inattingibile attraverso altri strumenti, la sala e il lavoro della traduzione performativa costituiscono “un osservatorio perfetto e privilegiato, una posizione che consente di comprendere appieno i fondamenti del linguaggio, da una parte, e dall’altra quella di comprendere e quindi di rispettare appieno a livello interpretativo tutto quello che è contenuto nell’opera originale”.

Cito: il “confronto comunicativo” è “processo interpretativo condiviso”, “persuasione imposizione richiesta passano per quella che possiamo definire una danza del senso la cui comprensione è data dalla maggiore o minore capacità di entrare a far parte della coreografia “ordita” in modo anche inconsapevole” da colui che si esprime; in altri termini siamo tutti attori attrici e anche danzatori o coreografi se vogliamo farci capire. Chi ci parla scrive comunica o anche chi solo assume un’espressione all’interno di una pantomima ordisce “passi di danza” con una ritualità imposta dal contesto sociale o dalla consuetudine personale che poi spetta all’interlocutore decifrare.

È allora che l’ “assolo” diventa, come minimo, “pas de deux”.

TRADUZIONE:
C’è, collegata a questa coreografia, una responsabilità non solo estetica ma quasi etica da parte del traduttore dell’audiovisivo, che deve rendere il senso di questa danza in un’altra lingua e sostanzialmente in una differente cultura: chi traduce si mette contemporaneamente nei panni di un interlocutore ideale dell’opera, e allo stesso tempo, nei panni di un suo conterraneo, che può anche non spartire nulla o quasi con la cultura o con la società che ha prodotto quel “testo multiforme”.
“Proteiforme”. Alberto Savinio, che sentiva di incarnare l’Homo cinematographicus dei suoi tempi firmava così, “Proteo” le sue critiche cinematografiche.

In che modo, allora, la traduzione deve rispettare l’originale, quando si raggiunge quasi un’incompatibilità tra opera e spettatore? Si deve evitare – questo l’invito di Galassi e Murri – di “trasferire dei significati linguistici traducendoli tramite semplici significati equipollenti”. Tanto nel caso del doppiaggio che del sottotitolaggio è indispensabile “integrare significanti performativi, organici cioè all’azione scenica, “adattando” la lingua orale (o scritta) di destinazione al vincolo ineludibile dei codici (prevalentemente culturospecifici) della messa in scena e dell’immagine, nei quali l’atto verbale, con le sue caratteristiche prosodiche (fonatorie, ritmiche e paralinguistiche), assume il suo peculiare significato espressivo situato: quello di una costellazione sonora agita, che individua un senso nel contesto dell’azione drammatica”.

Naturalmente questo decreta la fine di qualsiasi routine: in quanto nessun approccio pigro potrà mai mettere in luce l’aspetto musicale e coreografico che si affaccia dietro e dentro la comunicazione audiovisuale.

CRITICA:
L’altra sfida a cui ci chiamano a rispondere i due autori, riguarda l’essenza del loro mestiere, uno dialoghista, l’altro direttore di doppiaggio: quello che avviene nella sala di sincronizzazione durante la “traduzione performativa di un audiovisivo” costituisce un punto di vista privilegiato per comprendere meglio e appieno i meccanismi più riposti della comunicazione intesa come “interpretazione”: è come sottoporre i fenomeni e i processi comunicativi disponendoli sopra il vetrino d’un microscopio

C’è nel libro un filo teso a altezze quasi vertiginose tra soggetto e mondo dischiuso dall’interpretazione/comunicazione e doppiaggio/traduzione performativa e gli Autori si avventurano a attraversarlo con la convinzione, molto ben argomentata, che la “traduzione performativa” non incida solo nel ristretto orizzonte del doppiaggio ma sia un elemento che va analizzato e giudicato sullo sfondo di codici e comportamenti che riguardano la comunicazione in generale.

In questo “senso”, Galassi e Murri confortano anche alcune mie sapide intuizioni. Ho sempre pensato che la vera “critica” cinematografica avvenisse nella sala di doppiaggio. Quando il film o il prodotto audiovisuale arrivano non come corpi morti da sezionare, ma corpi vivi e pulsanti da rivitalizzare trapiantandoli in un nuovo contesto socioculturale. Il traduttore, il dialoghista, i direttori del doppiaggio e gli attori e attrici (o attanti-doppiatori) hanno di fronte un corpo complesso che si presenta però nella sua completezza e, insieme, nella sua spudorata nudità, nel suo “esserci” – che appare solo, ma non è, “consolidato”-: devono allora riuscire a comprenderne le più piccole sfumature per restituirlo: procedimento che la critica professionista dei grandi giornali e delle grandi enciclopedie stellinate sembra aver abbondonato da tempo.

L’esame a cui l’audiovisivo viene sottoposto in sala è un esame “critico” anche e soprattutto perché, per ottenere il meglio dal suo oggetto, chi agisce in funzione della traduzione e della “performance” del doppiaggio, deve farlo entrare in una forma di crisi. E così pure la traduzione performativa – come chiamano il doppiaggio Murri e Galassi, produce in tutti i soggetti che lavorano in sala una sorta di crisi di cui il doppiatore o la doppiatrice, chiamati qui giustamente “interpreti secondari”, sono i primi protagonisti.
È una crisi che potremmo definire pre-parto se non avessimo sempre paura di essere banali.

Murri e Galassi ci accompagnano, anche con l’aiuto di Francesco Pezzulli, in tutti i gradi indispensabili perché questo “straniamento” sia votato al successo.
È il culmine del percorso “storico” col quale essi indagano, nel centro del libro, l’essenza stessa del Doppiaggio, inteso come fenomeno non districabile dall’opera filmica originaria.

Vorrei chiudere il mio “panegirico del doppiaggio” accennando brevemente alla mia esperienza personale come fruitore e non solo come uditore del doppiaggio, e spiegare perché lo preferisco ai sottotitoli. Il sottotitolaggio ci dà l’illusione di poter capire tutto d’un audiovisivo attraverso la scrittura, mentre perdiamo (per leggere) tutti i contorni della comunicazione: insomma, come direbbero Murri e Galassi con le didascalie – inchiodati come siamo alla lettura – non prendiamo parte a nessuna “danza del senso”. Contrariamente a quello che si può pensare, è stato il doppiaggio a rendermi cittadino del mondo: sono stato in giappone con i Sette Samurai, in Messico con Buñuel, in Russia con Alexander Nevski e ci sono arrivato grazie al doppiaggio che mi ha fatto avvicinare a quei mondi, riaccendendone non l’esotismo ma la favola: altrimenti con la lingua originale, che non avrei capito, avrei scambiato anche i film di John Ford per documentari.

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